Quei bambini incontrati a La Maison des Enfants sempre mi resteranno nel cuore”

Una giovane ottica, Gaia Romagnoli, alla sua prima missione con AMOA, racconta emozioni e impressioni del recente viaggio a a M’Bour, in Senegal, con Daniela Smania, Domenica Farsetti e il padre Rocco. 

“Siamo arrivati a M’Bour alle prime ore del mattino, era il 12 giugno. Le mie emozioni, nelle ore precedenti la partenza, erano decisamente contrastanti. Da una parte l’entusiasmo, la curiosità, e la gratitudine verso AMOA – Daniela Smania, Domenica ‘Mimma’ Farsetti e in particolare per il mio papà, Rocco Romagnoli – per avermi dato questa, per me enorme, opportunità. Sapevo benissimo che sarebbe stata una delle esperienze più importanti che potessi fare nella vita. D’altra parte, nutrivo anche qualche timore. Non ero mai stata in Africa, e spesso la concezione che noi tutti abbiamo di quel continente è legata al degrado e alla sicurezza personale, in termini di criminalità e malattie. 

Il racconto di Marco e Valeria

All’aeroporto di Dakar abbiamo trovato Nabou, donna senegalese impegnata nel volontariato e grande punto di riferimento per tutti noi. La nostra settimana di volontariato è iniziata con un pranzo insieme a Marco e Valeria. I due coniugi genovesi hanno fondato l’Associazione La Maison Des Enfants, che da anni si prende cura dei piccoli talibè. Sapendo che saremmo stati in Senegal quella settimana ci hanno chiesto di recarci per due mattine nel loro Centro per valutare lo stato di salute oculare e refrattivo dei bambini.

Quel pranzo è stato probabilmente la mia prima esperienza diretta con la cultura e le difficoltà presenti in Senegal. Ho avuto la possibilità di parlare a lungo, in particolare con Marco, il quale mi ha raccontato la triste e dura realtà delle Daara, scuole coraniche dove bambini, chiamati appunto talibè, vengono mandati dai genitori e dati in gestione all’insegnante, chiamato Marabout, al fine di imparare anch’essi il Corano a memoria. 

La difficile vita dei giovani talibé

Ma la realtà delle Daara è ben distante dalla nostra idea di scuola religiosa. I bambini sono costretti ad uscire alle prime luci del mattino con secchielli di plastica per chiedere l’elemosina ai mercati; nella maggior parte dei casi, se dovessero rientrare nelle loro ‘’scuole’’ senza nulla, verrebbero duramente puniti. Marco e Valeria attraverso la loro associazione cercano in tutti i modi di regalare a questi piccoli bambini le cure che ogni fanciullo meriterebbe di ricevere. Forniscono loro cibo, vestiti, cure, li istruiscono e, soprattutto, dedicano loro amore e attenzione.

Quindi ci siamo recati al Centro AMOA, il laboratorio “Atelier ottico Gianluca Giulietti”, per consegnare il materiale che portavamo con noi e da donare.

Il Centro dall’esterno era un po’ come lo immaginavo, molto semplice, con un’insegna che appariva scritta a mano, ma sono rimasta sbalordita una volta entrata. Non pensavo ad una tale organizzazione. All’ ingresso si apriva la sala d’attesa piena di persone, in fila per farsi visitare dall’oculista Babakar; ho intravisto un ufficio amministrativo, una sala refrazione ed una sala operatoria. 

L’Atelier Gianluca Giulietti

Un’emozione grandissima vedere Daniela Smania, Rocco Romagnoli e Mimma Farsetti emozionarsi e ricordare i bellissimi momenti che hanno potuto condividere con Gianluca proprio in quel Centro, oggi a lui dedicato. 

Tutto il personale è venuto a salutarci: da Bandet, l’ottico, alle due infermiere Ninì e Burie, al dottor Babakar. Mi sono sentita subito a casa e parte di una grande famiglia.

Ci siamo messi immediatamente al lavoro cercando di coordinare tutte le attività da svolgere durante la settimana. Siamo stati perlopiù impegnati nel catalogare e sistemare tutte le donazioni, abbiamo cercato di aggiustare la strumentazione che sembrava non funzionare e ci siamo dedicati a fare visite e montare occhiali da donare. 

La mattina eravamo spesso in villaggi limitrofi per effettuare screening, e poi recarci nuovamente al Centro per approfondimenti e fornire eventuali soluzioni alle persone che ne necessitano.

Gli incontri con Aladji, Madoui e Nabou

Le visite fatte a La Maison des Enfants sono stati probabilmente i momenti più toccanti, in particolare l’incontro con Aladji, il quale evidenziava esoftalmo. Abbiamo provato a dargli temporaneamente degli occhiali da sole per protezione, ma nessuno che gli calzasse. Siamo riusciti, grazie a Babacar, ad ottenere una ricetta per esami più approfonditi e una tac all’ospedale.  

Ricordo poi Madoui, bambino con cataratta secondaria, il suo visus era inferiore a 1/10: di recente abbiamo ricevuto notizie che è stato finalmente operato. 

Abbiamo quindi incontrato tanti altri bambini e numerose persone. Abbiamo cercato, al nostro meglio, di visitarle e di offrire soluzioni ai loro problemi di vista. La loro espressione di gratitudine sarà qualcosa che porterò sempre nel cuore.

Quando è arrivato il momento di ripartire è stato triste. Oramai si era creato un bel gruppo, ci sentivamo a casa ovunque andassimo, avevamo la nostra routine e ogni giorno facevamo degli incontri speciali.

Una delle persone che più mi è rimasta nel cuore è sicuramente Nabou, la quale ci ha supportati, accompagnati, aiutati con la lingua durante tutta la settimana. La sua bellezza come persona è indescrivibile, la sua indipendenza e il suo grande cuore sono un’ispirazione. 

Non avrei potuto chiedere compagni di esperienza migliori di quelli che ho avuto, mi hanno guidata e si sono presi cura di me tutto il tempo. Auguro con il cuore a tutte le persone che possano prendere parte ed esperienze simili”.